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La chiamata
Una
delle mie preghiere preferite recita così: «Dio tacerà sempre se non
gli presti la tua bocca. Dio non agirà mai se non gli presti le tue
mani». Dio ha bisogno di noi! Per poter esprimersi, per poter dare
segni della sua presenza, per agire, Dio ha bisogno di noi... 
Una
delle mie preghiere preferite recita così: «Dio tacerà sempre se non
gli presti la tua bocca. Dio non agirà mai se non gli presti le tue
mani».
Dio
ha bisogno di noi! Per poter esprimersi, per poter dare segni della sua
presenza, per agire, Dio ha bisogno di noi. Ha bisogno della nostra
bocca per parlare e cantare, ha bisogno delle nostre mani per costruire
e accarezzare, ha bisogno delle nostre gambe per camminare e danzare:
«Quanto sono belli i piedi di quelli che annunziano buone notizie!»
esclama il profeta (Is 52,7). Per pensare, Dio si serve della nostra
mente, per amare del nostro cuore. Dio, che nessuno ha mai visto, ha
bisogno di noi per farsi vedere! All’inizio della lettera agli Ebrei si
legge: «Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte
maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha
parlato a noi per mezzo del Figlio» (Ebr 1,1). Il vangelo di Giovanni
esprime la stessa idea quando afferma che Dio si dice tramite Gesù,
ovvero che la Parola («che era con Dio e era Dio») è «diventata carne»
(Gv 1.14). La parola divina (mediante la quale Dio si dice) è diventata
corpo, ossia è diventata occhi, orecchie, bocca, cuore, mente, mani,
pancia, gambe, piedi.
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“Io vivo rischiando per te”.
Christophe
Lebreton, martire di Tibhirine. Dodici anni fa, a Tibhirine, insieme a
sei confratelli, cadeva sotto i colpi degli integralisti islamici.
Poeta, scrittore, cantore dell’amore di Dio, contemplativo dalla fede
incarnata nella storia, ha donato tutto di sé fino al martirio. 
Nella
notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, i sette trappisti del monastero di
Notre Dame de l’Atlas, a Tibhirine, in Algeria, venivano sequestrati
dai terroristi del Gruppo islamico armato (GIA). Dopo vari negoziati
falliti fra rapitori e governi algerino e francese, i sette fratelli
venivano barbaramente assassinati il 21 maggio 1996. Alla morte dei
monaci una madre di famiglia algerina scrisse all’arcivescovo di Algeri
queste parole: «Il nostro dovere è di continuare il percorso di pace,
di amore di Dio e degli uomini nelle loro differenze. Il nostro dovere
è di alimentare sempre i granelli che i nostri monaci ci lasciano in
eredità».
La
scelta dei monaci trappisti di restare in Algeria, nonostante il
crescente clima di terrore e l’assassinio di numerosi preti, religiosi
e religiose, era maturata comunitariamente dopo una visita
intimidatoria da parte dei “fratelli della montagna” (così chiamavano i
componenti del GIA) la notte di Natale del 1993. Mohammed, il custode
del monastero, aveva detto a uno di loro: «Voi avete ancora una piccola
porta dalla quale potete andarvene. Ma noi, no: nessuna via, nessuna
porta». E Moussa, un operaio, aggiungeva: «Se partite, voi ci private
della vostra speranza e ci togliete la nostra speranza». Quindi non
sarebbe stato cristiano partire.
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...fingendoli
automi senza cervello, marionette dalla testa piena di segatura,
deficienti semoventi. E invece un poco per volta impariamo che c’è nel
cervello esattamente quello che c’è nel cuore, e cervello e cuore sono
tutt’uno, e guidano o sviano la vita, al bivio tra l’acqua e il fuoco,
fra la capacità di voler bene e la desolata violenza e distruttività.
Impariamo che esiste una 'affettività intellettiva' che istupidisce e
ottenebra
La
prima reazione ai tragici fatti di Verona è un rabbioso sgomento di
fronte a una violenza assurda, stupida, maligna, mortale. Animalesca,
se ciò non offendesse le bestie selvatiche, incapaci della crudeltà
'umana'. Animalesca, forse ci forziamo a pensare, per toglierci
l’angoscia di cercare qualche nesso intellettivo fra il rifiuto di una
sigaretta e il calcio alla testa che sfonda il cranio della vittima. O
forse c’è nei fatti il mistero che il male voluto è innesco del male
inimmaginato È questa 'capacità criminale' del branco notturno,
spicchio di una provinciale 'arancia meccanica', il pensiero pauroso
che vorremmo d’istinto levarci dal cuore; fingendoli automi senza
cervello, marionette dalla testa piena di segatura, deficienti
semoventi. E invece un poco per volta impariamo che c’è nel cervello
esattamente quello che c’è nel cuore, e cervello e cuore sono tutt’uno,
e guidano o sviano la vita, al bivio tra l’acqua e il fuoco, fra la
capacità di voler bene e la desolata violenza e distruttività.
Impariamo che esiste una 'affettività intellettiva' che istupidisce e
ottenebra, quando esalta la violenza, il culto della forza, il
disprezzo del diverso, la sopraffazione del debole. Si comincia, si dà
fuoco; poi è l’abisso che esplode.
Dei
cinque ragazzi del branco, tutti già identificati, tre sono in carcere.
Giovanissimi, fra i 19 e i 20 anni. Il primo è descritto dagli
inquirenti come un estremista di destra, già cacciato dagli stadi come
ultrà, già indagato per associazione a delinquere finalizzata a
discriminazione razziale. Gli altri due catturati sono detti 'ragazzi
qualsiasi, un po’ aggressivi'. Gli ultimi due che mancano, fuggiti
all’estero, assomigliano al primo, con lo stesso profilo di ultrà di
destra. Questa tavolozza che porta gli inquirenti a escludere una
connotazione 'politica' dell’aggressione, non ci esonera affatto
dall’inquietudine. Se la violenza criminale episodica, qui innescata da
futili motivi, si contamina nel vissuto adolescenziale con i simboli, i
simulacri, le memorie violente e mortali conosciute nella storia e
nella politica, quasi tratte fuor di vergogna, ciò rappresenta la
peggior pedagogia della forza seducente del male e della sua crudeltà.
Ora
possiamo chiederci se queste vicende di branco scoppiano come notturni
funghi, o se invece la vita di questi adolescenti paga uno scacco
covato da lunghe carenze educative. Ma no, ed è shock di nuovo: sono
figli di famiglia, situazioni benestanti; uno studia al liceo classico,
un altro lavora come metalmeccanico, il terzo fa il promotore
finanziario. E le famiglie sono affrante, incredule, i padri
ammutoliscono, le madri piangono. È questo dilagare del dolore dalla
cima d’un singolo maledetto crimine stupido e folle che ci dà la
proporzione della forza riproduttiva del male. Toglierci da questa
maledizione è ora il disegno di un possibile salvamento, se si
intercetta la gramigna ai primi semi. I semi maledetti dell’idea
violenta, del simbolo violento, del concetto che l’alterità è
antagonista, che la diversità è ostile, che la fragilità scatena
l’aggressione, e infine che fra gli uomini lupi domina chi è più lupo.
Quante complicità e connivenze da togliere. Dalle memorie, dalle politiche, dalle ideologie. Dal cuore.
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